martedì 25 settembre 2012

E morì con un felafel in mano


E morì con un felafel in mano
(Australia, Italia 2001)
Titolo originale: He Dies with a Felafel in His Hand
Regia: Richard Lowenstein
Cast: Noah Taylor, Emily Hamilton, Romane Bohringer, Alex Menglet, Brett Stewart, Damian Walshe-Howling
Genere: esistenziale
Se ti piace guarda anche: Trainspotting, The Rum Diary

Cult, stracult e strafigo?
E morì con un felafel in mano è uno di quei film scritti in una maniera talmente ispirata, che ti fanno venire voglia di riprendere in mano un diario, meglio se una Smemo, come quando eri al liceo per appuntarti sopra le citazioni più fiche.
Il protagonista infatti è uno pseudo scrittore fallito in cui è facile ritrovarsi. Almeno, per me è stato facile ritrovarmi. Vive in una casa a Birbane, in Australia, insieme a un gruppo di coinquilini che più strambi e allucinati non si potrebbe e non ha grossi piani o prospettive nella vita. Lo stesso si può dire per il film. La trama non è che vada in chissà quali direzioni. Nemmeno le cerca. Non ha grossi sviluppi o evoluzioni/rivoluzioni. Il film vive di vita propria, come un individuo indipendente e autosufficiente. Questo è il pregio così come anche il suo limite principale.

Cosa succede, nel corso della pellicola?
Ma niente, fondamentalmente niente. L’unico grosso cambiamento cui assistiamo è quello di appartamento. Il protagonista passa da una prima casa (la più divertente), a una breve tappa in una seconda, fino a una terza con una serie di roommates folli quasi quanto quelli della prima, che poi tornano a trovarlo pure lì e insomma questo film non parla di niente e parla di tutto e si riavvolge su stesso e non succede niente o forse succede tutto, perché così è la vita.

Il segreto di un lavoro valido è proprio quando, pur non parlando di niente, parla bene.
La sceneggiatura funziona alla grande quindi più che altro per i suoi dialoghi riusciti e per il modo grottesco e divertente di tratteggiare i suoi personaggi. Si sente la forte influenza letteraria, e infatti è tratta dal romanzo omonimo di John Birmingham.
Laddove la pellicola funziona meno, e per questo non riesce a entrare di diritto tra i megacult cannibali assoluti, è da un punto di vista registico. Non che sia girata male dal videoclipparo (soprattutto per INXS e U2) Richard Lowenstein, ma nemmeno si può dire sia una visione visivamente folgorante. Funziona a parole, meno a livello di immagini. Dettaglio mica secondario, per un film.
Altro limite è una colonna sonora non proprio folgorante, usata perlopiù in sottofondo con pezzi poco memorabili di U2 (anzi no, sono i Passengers), l’immancabile australiano Nick Cave, più qualche pezzo già strautilizzato e strasentito ovunque come The Passenger di Iggy Pop e California Dreaming dei Mamas & Papas. E la soundtrack è un elemento fondamentale per una pellicola che aspiri allo status di cult, cui i produttori tra cui il nostro Domenico Procacci potevano pensare di più.


E poi, lo scompartimento attoriale. L’unico volto che si ricorda è quello del protagonista Noah Taylor, efficace nella parte dello scrittore sfigato ma con un’arma segreta in grado di mandare in delirio le donne. Però resta uno di quei attori che non mi convincono al 101%. Piuttosto anonimi e dimenticabili invece gli altri della crew, lontani dal lasciare il segno.
È su questi aspetti in particolare, regia, sountrack a cast, che il film non riesce a fare il salto di qualità che gli avrebbe permesso di essere una roba davvero grandiosa e memorabile che l’avrebbero potuto far diventare, chessò?, una sorta di Trainspotting australiano.
Cult, stracult e strafigo?
Quasi, però no.
(voto 7/10)
Cannibal Kid

2 commenti:

La firma cangiante ha detto...

Cult, stracult e strafigo?

Forse no, dovrei andarmelo a riguardare per giudicare a ragion veduta.

Però almeno figo sì, mi ci ero divertito un sacco :)

Marco Goi - Cannibal Kid ha detto...

ti sei già dato la risposta da solo.
se un film è un cult, lo si capisce subito..